Milan Kundera ne L’insostenibile leggerezza dell’essere (1984) ha dato una definizione memorabile del concetto di Kitsch: “Il Kitsch è la negazione assoluta della merda in senso tanto letterale quanto figurato […] è un mondo dove la merda è negata e dove tutti si comportano come se non esistesse […] Nel regno del Kitsch impera la dittatura del cuore. […] Il Kitsch fa spuntare, una dietro l’altra, due lacrime di commozione. La prima lacrima dice: – Come sono belli i bambini che corrono sul prato! -. La seconda lacrima dice: – Com’è bello essere commossi insieme a tutta l’umanità alla vista dei bambini che corrono sul prato! -. È soltanto la seconda lacrima a fare del Kitsch il Kitsch. La fratellanza di tutti gli uomini sulla terra sarà possibile solo sulla base del Kitsch”.

Il Kitsch per Kundera è il perfetto esito della fusione tra etica ed estetica, ma per funzionare ha l’obbligo di nascondere o eliminare totalmente la “merda”. La grande utopia del Kitsch quindi è molto precaria, ed è impossibile da realizzare senza imporre regole e norme rigidissime che limitino la libertà: basta poco, infatti, ed ecco che la merda torna a sgorgare dai recessi in cui era stata relegata.

Ecco, Kitsch mi sembra la definizione più perfetta di una mentalità che si è andata strutturando negli ultimi 20 anni soprattutto a sinistra, ma non solo, e che ha prodotto una cultura politica tutto sommato dominante. Il suo emblema è probabilmente la Milano “utopica” dall’Expo in poi. La recente decisione del sindaco Sala di proibire entro il 2025 il fumo di sigaretta in tutti gli spazi pubblici del comune per ridurre l’inquinamento è l’apoteosi del Kitsch. Un valore etico (la salute pubblica del singolo cittadino e della comunità) si fonde con un valore estetico (le nuvolette di fumo delle sigarette potrebbero sporcare l’immagine della green city), la merda viene nascosta (l’inquinamento prodotto da automobili, dal riscaldamento autonomo, dalle fabbriche, dall’agricoltura; o la gentrificazione selvaggia, etc.) e il tutto non può che reggersi su norme e proibizioni.

Il linguaggio “igienizzato”

 

Ma Kitsch è anche l’igienizzazione del linguaggio imposta dal politicamente corretto che vuole asportare chirurgicamente l’ambiguità metaforica delle parole incatenando il significante a un unico significato: ogni differenza di razza, di genere, di etnia, di abilità, va classificata e “nominata” (le va dato un nome, magari inventandolo) e le parole ambigue e polisemiche diventano la “merda” che va eliminata dal linguaggio; in questo modo la vocazione etica inclusiva che è alla base del politicamente corretto si traduce in un elenco rigido ed esclusivo di norme linguistiche e terminologiche.

Kitsch è l’europeismo senza se e senza ma, l’ossessione per la salute e il benessere, la fede cieca nella scienza; il Kitsch è superficialità, riduzione della complessità del mondo a pochi paradigmi (meglio uno solo), la perenne esaltazione della figura in primo piano perdendo di vista lo sfondo, l’individuazione di singoli capri espiatori astraendoli dal contesto (il fascista, il razzista, il sessista, il populista, il sovranista; ma dall’altra parte l’immigrato, il musulmano, l’intellettuale, la femminista, il gay). Il Kitsch è il tentativo di ricondurre il mondo a un unico punto di vista valoriale coincidente con un’estetica. Lo stesso Kundera individuava diversi tipi di Kitsch: “cattolico, protestante, ebraico, comunista, fascista, democratico, femminista, europeo, americano, nazionale, internazionale”.

Scottata dall’esito catastrofico delle utopie palingenetiche del ‘900, la politica ormai si affida alle piccole utopie del quotidiano volte a irreggimentare il singolo cittadino e normalizzare gli spazi che abita; utopie che, saranno pure piccole, ma non sono meno coercitive soprattutto se si moltiplicano come funghi in tutti gli ambiti. Perché poi alla fine il Kitsch non è altro che l’esito della paura: di un mondo sempre più complesso e frammentato, di abbandonare categorie politiche obsolete e inutili ma consolatorie, di nuove forme di conflittualità non immediatamente classificabili, di ibridazioni di comportamenti e di identità sempre più ubiqui e metamorfici.

Il problema è che a forza di nascondere la merda sotto il tappeto di universali astratti e di cittadinanze modello, il tappeto si rompe e all’improvviso ci si ritrova di fronte Trump e i suoi “barbari”, i gilet gialli, o semplicemente le orde di ragazzi che osano sfidare il lockdown e magari si danno appuntamento in centro per una bella rissa.

Quella mania di cancellare la crudeltà della storia

 

Non credo sia un caso che negli ultimi anni la politica Kitsch si stia accanendo soprattutto contro le metropoli, spazi da sempre ipercomplessi, ambigui, conflittuali, ibridi, allergici alle regole, agli universali e alle classificazioni. E allora via con le green city (le primule di Arcuri, i boschi verticali di Boeri; gli orti urbani; la metropoli come paesaggio; ma quando è successo che architetti e urbanisti sono diventati dei giardinieri?), le smart city, le guerre contro il degrado e per il decoro, la resilienza. Il massimo del Kitsch urbano è rappresentato proprio dalla cosiddetta Cancel Culture, quella che vuole eliminare dalle città tutti i segni di dittature, razzismi, colonialismi succedutesi nel tempo.

La mentalità Kitsch è tanto, tanto sensibile, si offende facilmente (d’altronde “nel regno del Kitsch impera la dittatura del cuore”), anzi più spesso “si indigna” (il sentimento più Kitsch che esiste); proprio non riesce a sopportare la vista delle crudeltà della Storia, del sangue e della sopraffazione che ha dato vita alle nostre metropoli. E poiché non riesce a sopportarla non vuole neanche provare a capirla o analizzarla: “nel regno del Kitsch le risposte sono già date in precedenza ed escludono qualsivoglia domanda”. E allora l’ecosostenibilità, la digitalizzazione, la partecipazione, l’educazione civica vanno benissimo ovviamente, sempre che non abbiano come vero obiettivo quello farci dimenticare che le metropoli sono anche asfalto e cemento (sempre “la merda” di Kundera) e che asfalto e cemento prima poi riaffiorano e andranno inesorabilmente a sporcare i boschetti urbani, gli spazi digitalmente smartizzati e le piazzette della memoria (solo quella politicamente corretta ovviamente).

Quello che proprio non sa più sopportare la mentalità Kitsch è l’imprevedibilità e la contingenza della vita metropolitana, la sua polifonicità sempre conflittuale e metamorfica, aumentata esponenzialmente negli ultimi anni con l’ibridazione del “vecchio” asfalto con i flussi digitali. La politica Kitsch risponde a queste trasformazioni negando ciò che non rientra nel suo immaginario granitico e tentando di incasellare la metropoli in pochi, meglio uno, domini metaforici (tutti rigorosamente in inglese) su cui non si può non essere d’accordo: green, smart, smooking free, car free, gay-friendly, etc. E se non ci riesce, nega direttamente la metropoli tutta e va alla riscoperta di borghi e paesini, della dimensione “umana” della provincia dove, in effetti, rispetto alla metropoli, è molto più facile nascondere la merda.

Per i cittadini non c’è proprio niente di “smart”

 

Prendiamo il dibattito sulle smart cities. Dopo dieci anni di discussioni e sperimentazioni alcuni elementi sembrano assodati. Il più importante è che le tecnologie digitali non sono sufficienti a rendere smart una città. Una città che voglia coniugare efficienza (amministrativa e infrastrutturale), propensione all’innovazione, ecosostenibilità, alti livelli di produttività economica, governabilità, bassa conflittualità sociale, ha bisogno di abitanti formati a questi obiettivi e che partecipino attivamente alla loro realizzazione. E la cittadinanza attiva presuppone la credenza in un sistema di valori condiviso in cui desideri individuali ed esigenze del contesto (urbano, economico e sociale) tendano a coincidere. Ed è qui che cominciano i problemi. Il dibattito sulle smart cities infatti si è concentrato soprattutto sul termine “smart” più che su quello di “city”.

Ma non è la stessa cosa rendere “intelligente” Trento e fare la stessa cosa con Napoli o Roma. Al di là delle differenze storiche, sociali, economiche e culturali, la frattura decisiva sta nel fatto che la prima è una piccola cittadina di provincia mentre le seconde sono metropoli; la prima è uno spazio sociale che tende già di suo all’omogeneità in tutti gli aspetti, le seconde rimandano a contesti frantumati le cui schegge sono spesso in conflitto tra loro.

Nelle metropoli quel sostrato di valori (partecipazione, interesse generale, senso di appartenenza a una comunità) che possono legittimare simbolicamente trasformazioni urbane in direzione della smartness sono molto più difficili da instaurare anche perché, storicamente, le metropoli nascono e si affermano negando proprio quei valori a favore di individualismo, materialismo, anonimato, anticomunitarismo. Per cui le città potranno pure trasformarsi in “smart”, “green” o “engaged”, ma i cittadini andranno invece obbligati a diventarlo a suon di multe, castighi, e lezioni di educazione civica (altrimenti magari si ostineranno a fumare proprio davanti al Bosco Verticale di Boeri) oppure saranno segregati in spazi (fisici o digitali) finalizzati a raccogliere e nascondere “la merda”. E così l’utopia Kitsch rischia di diventare facilmente una distopia come ci hanno mostrato scrittori come Ballard e più recentemente Eggers con il romanzo The Circle.

Difficile oggi sfuggire al Kitsch soprattutto perché sembra essere uno strumento formidabile per far fronte, almeno simbolicamente, alla crisi iniziata nel 2008 e peggiorata con la recente epidemia di COVID-19: mantiene un pallido legame con le utopie palingenetiche del passato, giustifica procedure di legge e ordine, rende i singoli cittadini e i loro comportamenti “devianti” come responsabili dei mali del mondo (nascondendo la merda prodotta dal sistema socioeconomico stesso), va d’accordo con il mercato che non ha esitato a sposare il nuovo Kitsch visto che gli permette di oggettificare e datificare spazi e persone (on e offline), procedura fondamentale per profilare i nuovi consumatori.

Lo scambio che avviene, oggi, tra il fornitore di servizi – che sia lo Stato o il Mercato è la stessa cosa, come abbiamo potuto constatare durante la pandemia – e l’utente – che cede sempre più spesso spazi di libertà e di privacy – può funzionare solo se esso è inserito in un frame narrativo e simbolico che abbia l’utopia come paradigma e il Kitsch come conseguenza.