«Nomos è la misura che distribuisce il terreno e il suolo della terra collocandolo in un determinato ordinamento, e la forma con ciò data dell’ordinamento politico, sociale e religioso. Misura, ordinamento e forma costituiscono qui una concreta unità spaziale»
Carl Schmitt, Il nomos della terra

 

Far scomparire territorio ed autorità

La comprensione di una guerra non può mai prescindere da due cardini sui quali essa ruota: territorio e autorità. Questi due cardini sussumono in sé intere costellazioni di senso ed una vasta articolazione di elementi che spaziano dalla storia alla religione, dalla lingua all’assetto istituzionale, dalle forme di governo al possesso ed alla gestione delle risorse, siano esse materiali che comunicative, dall’economia alla finanza, così come di quello che può essere definito il capitale simbolico che dà forma a questi elementi. Una forma che può essere quella delle narrazioni ideologiche così come istituzionali, per citarne due; la più attuale di queste forme, con specificità molto particolari, è però quella mediale. La sua potenza è direttamente proporzionale alla sua capacità di cortocircuitare il capitale simbolico, di mandarne in loop gli elementi. L’insieme di queste forme, in ogni caso, ricade sempre nell’ambito del territorio e dell’autorità. Le tensioni fra questi due elementi, per inciso, danno a ciascun conflitto una sua particolare coloritura. La forma mediale, attraverso le sue tecniche di cortocircuitazione, però, tende ad occultare questa struttura che può in sostanza essere definita un ethos tipicamente umano. Un ethos che appartiene ad un territorio ed esprime un’autorità ed allo stesso tempo esprime un territorio ed appartiene ad un’autorità.
La forma mediale che assume il capitale simbolico di una guerra, invece, segue la dinamica propria di qualsiasi operazione espressione del regime liberale, ovvero dell’incubatore storico in cui si è sviluppato quel sistema-capitale che oggigiorno è esteso a livello planetario. Questa dinamica ha iniziato a svilupparsi fin dalla prima metà del XX secolo prendendo le mosse dal diritto positivo, e mira direttamente a far scomparire, od a rendere inefficace, proprio il nesso che lega territorio ed autorità – in sostanza tutta l’articolazione dell’ethos umano – per ridurlo allo spazio della legge. Una riduzione tipicamente positivistica che «non conosce né origine né archetipi, ma solo cause», come chiosa Schmitt a proposito delle scienze naturali positivistiche.
La guerra che si sta svolgendo in Ucraina può essere letta esattamente in questa chiave – quella cioè fra il tentativo di far scomparire territorio ed autorità riducendoli a mero spazio della legge (l’opzione cosiddetta occidentale) e l’altro tentativo, quello russo, intento a restaurare esattamente un territorio ed un’autorità – e costituisce un esempio delle piaghe interne e delle faglie che in modo sempre più drammatico stanno increspando e crepando quella superficie apparentemente liscia ed omogenea che si voleva imporre come globalizzazione, trionfo della democrazia liberale, in sostanza fine della storia.

Dalle guerre espansive alla guerra interna

Dopo la caduta del muro di Berlino ed il venire meno dell’Unione Sovietica – che separava e sosteneva la possibilità di un ordine differente – si sono succedute una serie di guerre una più sanguinosa dell’altra. Esulando dalle specificità di ciascuna di loro – anche se sarebbe estremamente interessante ricostruire le dinamiche della distruzione della Jugoslavia – si può dire che esse sono state guerre espansive. Attraverso di esse l’opzione occidentale di ridurre il territorio e l’autorità nei termini dello spazio della legge si è espressa nella maniera più violenta e spettacolare possibile, al fine unico di “estendere il dominio della lotta”: in sostanza di allargare continuamente lo spazio dei mercati e le regole che ad essi fanno riferimento, ribadendo unilateralmente come criminale la conduzione della guerra da parte di chiunque non appartenesse all’autoproclamata schiera dei giusti; una proposizione, quest’ultima, che evoca la definitiva scomparsa di ogni idea di ius belli, cioè di ogni regolazione giuridica della guerra faticosamente messa insieme fin dai tempi della pace di Westfalia nel 1648.
L’obiettivo di queste guerre espansive non è mai stata infatti la conquista territoriale, o l’instaurazione di autentiche forme nuove di governo. La narrazione di queste guerre è stata sempre quella che ha voluto dipingere l’aggressione militare come “operazione di pace”, o comunque “operazione di polizia”, rivolta contro un dittatore criminale, uno stato canaglia, ecc. I risultati di queste guerre, in termini di destabilizzazione e guerre civili endemiche, sono del tutto coerenti con il loro vero obiettivo: spazzare via ogni residuo, ogni granello, ogni vaga sembianza di terza via o di pseudo-statalismo socialista, fosse pure nelle sue derive autoritarie tipicamente medio-orientali, in quanto increspature spaziali, concrezioni d’ostacolo al dominio della legge. La retorica di queste guerre ha resuscitato inoltre identitarismi etnici e religiosi che solo ad uno sguardo frettoloso o interessato – quello della sinistra liberal nostrana e della sua cattiva coscienza – possono sembrare alieni alla natura intima del pensiero liberale, potentemente irrazionale, e soprattutto del capitalismo attuale. Espansione dei mercati e loro frammentazione per nicchie come governo dello spazio e consumo come culto che dissolve ogni autorità: due opzioni perfettamente compatibili con lo sforzo rabbioso di far sparire il territorio e l’autorità. Non a caso in tutte queste guerre al territorio è stato imposto uno spazio uniforme – guarda caso di natura etnica o confessionale, come dimostrano tutte le divisioni fomentate o imposte, dalla Jugoslavia alla Siria passando per l’Iraq – la cui unica forma concreta ed organica è sempre risultata essere quella del mercato. Allo stesso tempo l’autorità piegata, distrutta o sovvertita, non ha trovato alcuna nuova forma in grado di dispiegare i suoi poteri, con la parziale eccezione del caso jugoslavo – se si escludono infatti Slovenia, Croazia e Serbia, le altre entità vivono ancora oggi in un limbo dove la vita statuale ed istituzionale (due dimensioni rilevanti dell’autorità) è molto sui generis, se non completamente eterodiretta – e di quello siriano che qui sarebbe troppo complesso trattare.

La guerra interna

Quella che si è scatenata il 24 febbraio in Ucraina è invece una guerra interna. Perché interna? Interna a cosa? Secondo le rappresentazioni dei media, essa ha come unica causa gli appetiti militari di un autocrate e della sua cricca, se non addirittura una forma di follia. Uno stigma abbastanza frusto e che risale a prima di Napoleone. Non spiega nulla.
Per capire perché questa è una guerra interna e non espansiva, bisogna prima delinearne il contesto. Essa ha cominciato a delinearsi oltre dieci anni fa, accelerando gli automatismi tipici di una crisi nel 2014, con il drammatico golpe di piazza Maidan. D’altra parte bisogna sforzarsi di leggerla anche come direttamente connessa all’allargamento della NATO verso est ed alle inevitabili frizioni politiche e militari che questa aggressiva politica strategica avrebbe innescato. Non solo però. Va soprattutto interpretata come un vero punto di svolta nell’attrito fra estensione dello spazio e della legge e riaffermazione del territorio e dell’autorità.
In questo caso la NATO è il suggello dell’azione del cosiddetto soft power, lo strumento principale con il quale ormai si esercita quella che si pretende essere la supremazia occidentale in termini di valori, cultura, democrazia, e tutta una vaga costellazione di concetti ed idee. Costellazione tanto più vaga quanto inefficacemente incardinata in un potere esecutivo o, all’occorrenza, coercitivo. L’espansione della NATO in quanto alleanza che però non è espressione di un territorio, ma, appunto, di uno spazio di valori ed idee – per quanto con la pesantezza di un apparato bellico che per quanto si definisca difensivo, con un vittimismo per nulla inedito nella storia militare, pur sempre a fare la guerra serve – è in questo senso il braccio armato delle istanze che vogliono imporre il dominio dello spazio e della legge al territorio e all’autorità. Un esempio sanguinoso di questa volontà di natura squisitamente imperialistica fu l’intervento in Jugoslavia e contro la Serbia. Una guerra condotta in totale spregio allo stesso statuto della NATO, per essere chiari e definire una volta per tutte che legge, in questo caso, non ha niente a che vedere con diritto e giurisprudenza, ma si tratta solo di un insieme di definizioni e norme che di volta in volta vengono poste al servizio di specifici fini. Una procedura del tutto coerente col regime capitalistico, alieno ad ogni forma di dialettica e che non riconosce al nemico nessuna legittimità giuridica, coerentemente con la sua intrinseca natura religiosa. La rappresentazione di questa espansione, per altro, si è manifestata come una coltre narrativa, una nebbia mediale fatta di micronarrazioni, immaginari di consumo, alti dosaggi emotivi, esperienze fittizie di natura meramente percettiva.

La ricucitura di territorio ed autorità

L’invasione russa viene descritta esclusivamente come brutale atto di aggressione. Una rappresentazione stereotipata, poco ficcante e che a dispetto di un iperdosaggio mediale che ha somministrato dosi massicce di stress emotivi spacciati per ragionamenti, ha manifestato nell’arco di neanche un mese la sua inevitabile parabola ricettiva discendente, con le classiche derive sarcastiche tipiche della rete. Fuori di ogni dubbio, l’azione militare russa ha fatto piazza pulita proprio della coltre narrativa con la quale in questi ultimi trenta anni si è cercato, di volta in volta, di azzerare la percezione del territorio con una rappresentazione dei conflitti bellici alla stregua di videogiochi: bombe intelligenti, riprese dall’alto, droni, visori notturni, un nemico sistematicamente lontano, invisibile, le vittime civili raccontate come danni collaterali: un apparato bellico scenotecnico ideato, pensato ed usato per far scomparire il sangue e il fango, la violenza e la brutalità che da sempre accompagnano qualsiasi guerra. Cioè, appunto, per far sparire il territorio e l’autorità. Questa guerra, al netto di un flusso di rete fatto di immagini e video che scorrono principalmente su canali come quelli di Telegram o TikTok, o raggiungibili attraverso connessioni VPN (Virtual Private Network), per aggirare la reciproca censura sui principali Mainstream Media (Youtube, Facebook, Instagram, Google, ecc.), ha fatto invece prepotentemente riemergere i mezzi distrutti, i cadaveri, i palazzi sventrati, gli incendi, i rastrellamenti, gli agguati, la guerra casa per casa, la terra e il sudore. Ed allo stesso modo è tornata a mostrare che senza mettere gli stivali a terra, nessun territorio può essere controllato e sottoposto ad un’autorità. E questa è una lezione che esperti, consulenti e militari nostrani sembrano aver dimenticato, a dispetto della cocente ritirata che l’esercito “più forte del mondo” ha dovuto intraprendere dall’Afghanistan dopo venti anni di occupazione.
L’intervento delle truppe di Mosca ha dunque risvegliato da questo sonno con un rombo che pare averci riportato tragicamente con i piedi per terra. Per storia ed ideologia la Russia ha sempre animato le proprie guerre in termini di territorio e autorità. Quello che le armi russe intendono ristabilire è esattamente il contrario di quello che ha inteso fare negli ultimi 30 anni l’opzione occidentale: riaffermare cioè l’esistenza di un territorio e di un’autorità, con tutto il loro complesso e problematico carico di conflittualità, di diversità, di violenza, cultura, sopraffazione, compromesso, interessi. È allora quella russa in Ucraina una classica guerra di “continuazione della politica con altri mezzi”? In parte sì, ma in larga parte assolutamente no. Ed è questa parte che i due contendenti si guardano bene dall’argomentare. Questo conflitto, infatti, si gioca all’interno dello stesso sistema capitale globale, nel quale, effettivamente, ha messo in atto una ricucitura simbolica in tutto simile a quella che potrebbe intraprendere domani la Cina rispetto a Taiwan. Due ricuciture simboliche che trovano nell’idea di Eurasia e di Belt&Road il loro corrispettivo ideologico/economico, per citare due esempi macroscopici. Ecco perché è una guerra interna.
Il suggello più evidente del fatto che questo sia uno scontro interno alla tettonica capitalistica, lo si ha esaminando la reazione occidentale, fatta sostanzialmente di sanzioni finanziarie e relative all’accesso a tecnologie e piattaforme digitali, a cui la Russia risponde con ricatti economici sulla fornitura di materie prime (da pagare in rubli) e con un primo abbozzo, assieme alla Cina e agli altri paesi BRICS, di un sistema alternativo a quello SWIFT, così come attraverso il progressivo sganciamento delle transazioni mondiali dal dollaro. Un vero cataclisma. Questa guerra segna certamente la fine dell’ordine capitalistico a conduzione unipolare-liberale ed inaugura quello che viene chiamato multipolarismo, ma che in sostanza è il recupero, sempre interno al regime del capitale, di territorio ed autorità. Probabilmente, ma spero di sbagliarmi, è solo il primo di altri conflitti. Di certo quello per noi europei più scioccante.